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I MORTI NON PARLANO

        Non si poteva certo dire coniugi Pani fossero una coppia in crisi. Il sentimento d'amore che li aveva spinti a giurarsi fedeltà davanti a Dio, continuava a sorreggerli ed a essere la guida della loro vita matrimoniale, anche dopo i trent'anni che erano passati. La posizione finanziaria era buona. No , erano ricchi, ma si potevano considerare una famiglia benestante. Non vivevano certamente di stenti e di privazioni, se non quelle di uno spirito avido ed insaziabile, che patisce eternamente la fame, quale che sia la sua ricchezza materiale. L'unico vero rammarico era forse il fatto di non aver mai avuto figli, a causa della sterilità di lui, di Michele, o almeno così si diceva in giro. Egli si era infatti sempre rifiutato di "farsi curare", evitando di sottoporsi a quelle visite che, probabilmente, l'avrebbero assolto da quella colpa di cui era imputato. Lei invece, Francesca, non aveva mai messo in dubbio la propria capacità di procreare, riversando sul marito quel malessere di impotenza, che al contrario di condividere tra i due, aveva preferito allontanare dalla propria persona, convincendo di questo tutte le persone, suoi amici d'infanzia, che frequentavano la loro casa. Ma oramai, dopo trent'anni appunto, anche questa distanza si era colmata e la ferita cicatrizzata, sicché tutti nella città di Surba potevano tranquillamente dire che la famiglia del professor Pani era una famiglia felice ed un esempio per tutti i giovani che incominciavano l'avventura del matrimonio.
        Michele Pani era professore di uno degli istituti di scuola media della città ed ottenne un posto tanto ambito perché il padre, maestro elementare e persona eminente nel circolo della scuola locale, lo aveva fatto studiare in lettere e poi, laureatosi, lo aveva subito introdotto, con una pratica allora ancora in atto, nella scuola, facendolo infine trasferire a Surba quando decise di sposarsi con Francesca. Michele non era originario di Surba, ma di Pisguni, un paese della provincia a pochi chilometri da Surba, dove aveva vissuto col padre Nino fino al giorno del suo matrimonio e dove dovette recarsi in tutta fretta quando ricevette una telefonata da don Arcangelo, il parroco del paese.
        "Devi venire subito - gli disse il sacerdote - il maestro Nino si è sentito male."
Michele giunse alla sua vecchia casa quando ormai il padre era già morto. Non fu certo una sorpresa, considerata l'età del vecchio maestro. Non era un avvenimento imprevisto, improvviso e drammatico che poteva sconvolgerlo. Il maestro Nino si era spento piano piano, bruciando tutta candela della sua vita. Più d'una volta Michele gli aveva consigliato, negli ultimi anni, di venire a vivere con lui perché stare da solo era pericoloso. Naturalmente Nino si era rifiutato, dicendo di voler morire nella casa che aveva costruito con grandi sacrifici e dove aveva passato quasi tutta la sua vita. Al figlio altro non era restato da fare, quindi, che pregare don Arcangelo di accudire e di visitare suo padre tutti i giorni finché Dio non l'avesse chiamato a sé. Ora il Signore l'aveva spogliato di quel corpo curvo e rinsecchito ed aveva liberato la sua anima affinché lo glorificasse nei cieli. Michele era triste per la morte del padre, ma poi per rincuorarsi pensò che in fondo la vita più di quello che gli aveva dato non poteva offrirgli e si ricordò della madre morta invece di parto, per dare la vita a lui, loro unico figlio.
        Un fatto, però, stava per sconvolgere la vita di Michele. Non la morte del padre, ma un accadimento ad essa legato. Sebbene Michele fosse l'unico figlio del maestro Nino, questi aveva deciso di fare ugualmente un testamento in suo favore, in cui gli donava tutti i suoi averi. Aveva perciò chiamato il notaio ed a lui aveva dettato le ultime volontà.
        Il dottor Atzedi, anch'egli residente a Surba, località principale della zona, ma originario di Pisguni, dopo qualche settimana si recò dal suo ex-compagno di scuola ed amico Michele per leggergli quello che lui certamente sapeva già da tempo. In effetti Michele prese la storia del testamento un po' ironicamente, perché il padre da sempre gli diceva che tutto ciò che aveva sarebbe stato suo dopo la morte. Ma un fatto, una cosa, il maestro Nino non gli aveva detto. Alla lettura del testamento questo finiva " ...lascio tutti i miei averi al mio unico figlio Michele, eccezion fatta per il mio tesoro che regalo come promesso alla mia sorella Elisabetta che me lo chiese in dono già qualche anno fa."
        "Ma come a mia sorella Elisabetta?! - esclamò Michele - Mio padre aveva una sola sorella, zia Fanny, ma è morta da parecchi anni. Poi basta, non aveva altri fratelli."
        "Mi dispiace ma ti sbagli" gli rispose il notaio, che gli spiegò come suo padre gli avesse dato il nome e l'indirizzo di tale Elisabetta, anche lei di Pisguni, incaricandolo di consegnare a questa sorella le chiavi di una cassetta di sicurezza, in cui, presumeva, si trovava il tesoro. "Non è tutto! Qualche giorno fa ho spedito un telegramma alla signora zia dicendole di presentarsi qui, oggi, a casa tua, per la lettura del testamento. Doveva esser qui alle dieci, ma sai i trasporti...."
        Michele non era affatto contento dell'iniziativa del notaio, fare entrare a casa sua una sconosciuta che per di più si presentava come sua zia. Con delle pretese certamente... Gli avrebbe magari chiesto dei soldi, o peggio la casa del genitore dove era cresciuto. Arrivò persino a dire che il povero padre, forse, mentre dettava il suo testamento, era in preda ad un attacco di demenza senile e si era sognato tutto. Aveva paura di questa presunta zia che il maestro Nino gli aveva tenuta nascosta.
        Così come paura ne aveva anche Francesca, ma per una ragione del tutto diversa e molto meno nobile. Di tutto il testamento una sola parola continuava a riecheggiare nella testa come una eco inarrestabile. Non era però Elisabetta, il nome della presunta zia, ma quello che ad essa il maestro Nino aveva lasciato in eredità: il "TESORO". Una strana sensazione, quasi di rabbia, sentiva che le invadeva il corpo. "Quest'uomo - pensava - lascia tutti i suoi averi al figlio (Che poi che cos'è? Una casa e qualche terreno, poca roba), ma, questa è la cosa grave, dà il suo Tesoro alla sorella, che per di più non esiste. Oh volesse il cielo che veramente non esistesse!"
        Quasi fosse dotata di poteri paranormali proprio in quel momento bussò alla porta l'aiutante del dott. Atzedi che portava con sé un telegramma per il signor notaio.
        Questi lo aprì davanti ai signori Pani e vi lesse che la signora Elisabetta, la zia di Michele, era morta la settimana precedente e non aveva nessun parente che la potesse rappresentare in quella sede.
        Il viso di Francesca si illuminò, la sua fantasia cominciò a portarla nei luoghi più lontani ed esclusivi che mai si potrebbero immaginare ed a prospettarle una vita di agi, di lussi e di sperperi, per la quale non uno, ma dieci tesori, non sarebbero stati sufficienti. Michele invece s'era incupito, la paura che aveva prima di ritrovarsi a casa una sconosciuta, ora diventava mortificazione di un'aspettativa, perdita di una spiegazione. Ecco cosa cominciava a tormentarlo: la delusione perché il padre gli aveva tenuto nascosto questo segreto, ma soprattutto il segreto in sé. Si accorgeva che con la morte della donna era ormai persa ogni possibilità di capire. Capire perché lei era sorella del padre. Capire perché lui l'aveva tenuta nascosta e perché i genitori di lui l'avevano anch'essi tenuta nascosta. Perché ora veniva alla luce. I perché si moltiplicavano continuamente e come i rami di un ginepro da uno ne nascevano venti e da ciascuno di quei venti altri venti, senza sosta.
"Allora, - disse Francesca rompendo il silenzio che si era creato - signor Atzedi, il Tesoro che era della zia Elisabetta ora è nostro!?"
        Pronunciò queste parole quasi con ironia intuendo già l'unica risposta possibile, ma il notaio, che nulla può fare o decidere senza avere in mano le carte, cominciò a spiegarle che prima bisognava accertarsi della veridicità del telegramma, poteva anche trattarsi di uno scherzo; poi verificare il fatto che la signora non avesse parenti; poi procurarsi il certificato di morte; poi tante altre faccende burocratiche che Francesca non riusciva neanche a capire.
        "Comunque - concluse alla fine del suo discorso - se tutto è come sembra il tesoro sarà vostro. Anzi - continuando - vi conviene sin da adesso cominciare a cercare la cassetta che si apre con questa chiave." Prese una chiave dalla sua valigia e la diede in mano a Francesca che impietrita cominciò a fissarla.
        "Ma come? - disse subito - il signor Nino non vi ha detto dove si trova la cassetta?" La risposta fu negativa.
        Francesca cercava di interrogare quell'oggetto, arcano nella sua semplicità. Era solo una chiave, un po' più piccola delle chiavi di una porta, ma una chiave; con la testa rettangolare, un buco circolare al centro, corta, piatta, delle scanalature nella parte allungata, delle montagne su un lato più o meno lunghe, appuntita all'estremo. Una chiave. Senza alcun numero, senza codice, liscia, orribilmente lucida. Una chiave, normalissima. Una stramaledettissima chiave qualunque che, subito si rese conto Francesca, sarebbe potuta appartenere a qualsiasi banca della città, o magari aprire solo una buca delle lettere. Non era possibile con quel solo indizio risalire a quale fosse la cassetta che la chiave apriva. Il maestro Nino, per conto suo, non si era preoccupato di dire al notaio dove fosse il tesoro perché la signora Elisabetta sapeva benissimo dove andare a cercarlo. Francesca guardò Michele con un'espressione di speranza, subito delusa perché anche lui non aveva alcuna idea di quale fosse la cassetta da aprire. Una curiosità ugualmente intensa a quella della moglie, ma di origine diversa, lo spingeva a cercarla.
        Pensava, ne era convinto, che quella chiave fosse l'unico modo di poter risolvere il mistero della zia Elisabetta. Il quale si era fatto ancora più fitto quando lesse nel telegramma e poi glielo confermò il notaio Atzedi, che la signora Elisabetta non aveva lo stesso cognome suo e di suo padre, Pani, ma si chiamava Angius, Elisabetta Angius. Michele che a Pisguni c'era cresciuto capì subito chi era questa signora e lo stesso notaio lo rassicurò nelle sue supposizioni. Proprio per questo il mistero era ancora più intricato.
        La signora Elisabetta Angius, che i due conoscevano dai tempi del catechismo, era l'ultima di tre fratelli, due maschi e una femmina, e ancora piccola rimase sola con la madre perché, così loro avevano sentito, il padre e i due fratelli caddero sacrificati alla guerra. Si diceva anche, ma lo sapeva solo Giovanni Atzedi, che il maestro Nino avesse avuto in gioventù una relazione proprio con la signora Elisabetta, che terminò a causa dell'intervento del padre di lui che vi si oppose.

***

        I coniugi Pani ed il notaio Atzedi si misero tutti e tre alla ricerca di quella cassetta di sicurezza dentro la quale ciascuno sperava di trovare una cosa differente. Michele vi cercava la soluzione al mistero che stava dietro alla zia Elisabetta e la ragione per cui gliel'avevano sempre tenuta nascosta; il notaio era spinto da una curiosità tutta paesana che porta le persone a interessarsi delle storie di chi si conosce, anche solo indirettamente; Francesca vedeva dentro la cassetta un riscatto nei confronti di una vita che, alla luce di quello che potevano darle quei soldi, cominciava a vedere grigia e irrealizzata, riversandone la maggiore responsabilità sul marito sterile. Cercarono in tutte le banche di Pisguni, ma non trovarono la cassetta. Stesso risultato ebbero a Surba e in tutti gli altri paesi della zona.
        La ricerca, come si era già prospettato dall'inizio, era totalmente aleatoria e il suo successo era legato più al caso ed alla fortuna che non al modo in cui veniva condotta. La cassetta poteva essere virtualmente in qualsiasi angolo remoto della Terra e ogni tipo di ricerca scientificamente organizzata avrebbe impiegato forse degli anni prima di trovarla. Sempre che si trattasse, perché anche questo non si sapeva per certo, di una cassetta di una banca. Altro non si poteva fare, esaurite le possibilità più logiche dove poter cercare, che rinunciare.
        Così consigliò infatti il notaio Atzedi e Michele, seppur a malincuore, perché certi interrogativi l'avrebbero seguito tutta la vita, dovette convenire che era meglio lasciar perdere.
        "L'unica possibilità è che il maestro Nino o la signora Elisabetta compaiano in sogno a qualcuno e gli dicano dove è il tesoro!" sentenziò il notaio per suggellare l'avvenuta rinuncia a trovare la cassetta. Delle parole scherzose per scaricare un poco la tensione che la ricerca aveva creato e appunto ridendoci sopra farla sentire ormai passata, priva di un vero interesse. Michele apprezzò il motto di spirito partecipando con una risata alla liberazione da quella penosa ricerca.
        Chi invece non rise prendendo quelle parole sul serio, fu Francesca. Il desiderio e la speranza di diventare ricchissima la stava spingendo a rinnegare tutto ciò che aveva costruito durante una vita intera, introducendola in una spirale follemente diabolica che la estraniava, secondo dopo secondo, dalla sua umanità, per farla diventare bestia fagocitante, calamita di desiderio inappagabile. Cominciò a nascerle nel pensiero un'idea che di umano, di quelle qualità esclusivamente umane che permettono di creare una musica, di dipingere un quadro, di scrivere una poesia, di commuoversi davanti al cielo stellato o di innamorarsi di fronte ad un tramonto marino, di queste qualità non partecipava più. Un pensiero assurdo e bieco che conculcava l'anima negli angoli più infimi del suo corpo. Un'idea che nasceva proprio dalle parole che il signor notaio aveva scherzosamente detto per sciogliere la tensione e che la donna commentò in questo modo "Però se la montagna non viene da Maometto, sarà Maometto ad andare alla montagna."
        L'idea di Francesca era tanto chiara quanto inquietante. I coniugi Pani avevano già da parecchi anni al loro servizio una cameriera di nome Roberta, che ogni giorno andava a fare le pulizie. Era una ragazza riservata e quasi mai parlava della sua vita privata e di ciò che faceva fuori dal lavoro. Solo in un'occasione fu costretta a farlo per spiegarsi con Michele. Fu quando la signora Luisa Aru venne trasportata urgentemente all'ospedale in preda ad una crisi cardiaca, a causa dell'emozione provata per aver parlato col figlio, morto da dieci anni. Aveva infatti partecipato ad una seduta spiritica durante la quale era stata evocata l'anima del figlio defunto, che aveva risposto all'appello. Per caso, ma non troppo, a quella seduta partecipava anche Roberta che, interrogata da Michele, non negò il fatto. Anzi disse che partecipava spesso a questo genere di riunioni e che in questo modo parlava con la madre.
        "Vede - concluse con una ingenua naturalezza - lei mi dà dei consigli, mi rassicura!" I coniugi Pani decisero di non licenziarla se l'inchiesta giudiziaria che era stata aperta, la signora Luisa Aru era infatti morta a causa dell'attacco cardiaco, non l'avesse ritenuta responsabile, pur essendo loro contrari a tali pratiche e soprattutto Michele, che perdeva facilmente la calma quando sentiva aggettivarle come vere o "scientifiche".
        "Ma perché - aveva infatti replicato alla cameriera - non le lasciate in pace le anime dei morti? Credete che dopo aver passato una vita sulla terra abbiano ancora voglia di stare quaggiù?". Non era una posizione dottrinale, ma solo il pensiero sprezzante di chi sapeva che tutto ciò è falso. In ogni caso il fatto non fu tenuto in gran conto ed in poco tempo venne dimenticato. Solo ora Francesca lo vedeva ritornarle alla mente, dopo aver sentito le parole del notaio. La strada era chiara: evocare l'anima del maestro Nino e chiedergli dov'era la cassetta. Se per caso poi non avesse risposto, provare con la signora Elisabetta Angius.
        La fortuna volle poi darle una mano perché Michele decise di andare a stare per qualche giorno nella vecchia casa di Pisguni, un po' per mettere in ordine delle cose del padre e un po', anzi soprattutto, per ritrovare la pace che tutta quella storia gli stava togliendo, magari scoprendo nascosto in fondo ad un cassetto qualche documento interessante. Francesca finse di stare poco bene e disse al marito che preferiva restare in città. L'atteggiamento di Francesca nei confronti di Michele era decisamente cambiato proprio in uno dei momenti più difficili della sua vita, ma per questo motivo egli la giustificava, dicendo di essere lui ad essere cambiato, di non essere quello di sempre. Certo anche questo era vero, ma quello che Michele non riusciva a vedere era che cambiata era pure la moglie; cambiata per sempre. Lui era sconvolto da un fatto che gli aveva fatto crollare tutte le certezze, che ora ricercava e certamente era destinato a ritrovare; ma lei era sfregiata nell'anima, travagliata da una ferita che mai avrebbe potuto rimarginarsi e lasciare il posto al ricordo di una cicatrice. Una ferita che le fece apprendere con piacere che Michele sarebbe stato per una settimana lontano da casa permettendole, quindi, di portare a termine il suo disegno.
        Sebbene non si preoccupasse troppo di Michele, certamente sarebbe stato un grosso problema fare venire la signora Valeria, la maga, a casa sua se lui fosse rimasto a Surba. Sapeva l'astio che portava verso i medium e mai avrebbe acconsentito a che una seduta spiritica si svolgesse in quella casa, tanto meno se poi lei, Francesca, doveva parteciparvi. La giustizia divina, però, aveva fatto in modo che Michele se ne andasse, lasciandole la possibilità di evocare l'anima del maestro Nino e venire quindi in possesso del tesoro che finalmente la ripagava di tutti i dolori, le delusioni e le rinunce, che il consorte le aveva procurato.
        Francesca ne parlò con Roberta la quale, all'inizio sospettosa pensando che la volessero mettere alla prova, si preoccupò di contattare la maga Valeria e di organizzare la seduta per il giorno seguente. Francesca non stava nella pelle e non chiuse occhio tutta la notte. Forse la eccitava il pensiero che il tesoro si stava velocemente avvicinando a lei, o forse la eccitava maggiormente il desiderio di partecipare ad una seduta spiritica. In effetti, si disse che mai lei aveva avuto una opinione su questo argomento e che si era sempre limitata a credere a ciò che lui le diceva riguardo a medium, cartomanti e maghi di ogni sorta. Eppure ora sentiva di crederci, era certa che quelle pratiche dovevano per forza essere vere, sapeva che l'anima del maestro Nino sarebbe venuta a consegnarle il tesoro. La folle bestialità che le stava incancrenendo l'anima cominciava ora anche a roderle il cervello ed a farle credere che il giusto scetticismo di Michele altro non fosse che la paura di una scienza che lui non riusciva a capire. Un'altra colpa nei suoi confronti che avrebbe dovuto pagare.
        Il giorno seguente la signora Valeria si presentò, accompagnata da Roberta, a casa di Francesca per dare vita alla seduta. C'erano anche le sorelle Mascia, Marta Meloni, le sorelle Lampis e Giacomo, in tutto otto, più Roberta e la maga Valeria dieci. La medium aveva infatti dato disposizione a Francesca di radunare nove persone e di svolgere tutta una serie di atti propiziatori che avrebbero dovuto creare l'ambiente ideale per ricevere l'anima.
        "Perché - sosteneva la signora Valeria - se le anime non trovano un ambiente confortevole che li accolga quando le evochiamo, esse vengono e subito vanno via, senza dire una parola, facendo credere ai nostri accusatori che non siamo capaci a chiamarle. Ma questo é falso!"
        Delle volte però capita che non si presentino e capitò proprio con l'anima del maestro Nino che malgrado tutti i tentativi della maga non diede nessun segno della sua presenza. La stessa cosa fece poi l'anima della signora Elisabetta. Non gli avevano preparato un'accoglienza adeguata, ma quando Francesca stava per accusare la signora Valeria di essere un'impostora quest'ultima, rompendo la catena, cominciò a gridare ed a lanciare accuse proprio contro Francesca dicendole che non aveva obbedito ai suoi ordini e che se l'anima del morto non aveva risposto era tutta colpa sua. Francesca si stava innervosendo nei confronti della maga, perché fallendo il suo piano la ricerca del tesoro tornava ad essere impossibile, ma si lasciò vincere dalla cupidigia e convincendosi della giustezza delle accuse fattele dalla donna, rispose col capo chino alla medium dicendo che tutti i suoi ordini erano stati eseguiti alla lettera. Era l'unica via per tenere viva la speranza di contattare l'anima del vecchio maestro e quindi di trovare il tesoro. La signora Valeria, vedendo che nessuno metteva in dubbio le sue capacità extrasensoriali, si calmò e con fare rassicurante cominciò a cercare il motivo per cui l'anima non aveva risposto al loro appello.
        Venne subito alla luce un errore gravissimo che i dieci avevano fatto: le anime raramente appaiono nei luoghi che non conoscono, anzi mai. Non era certo possibile che la signora Elisabetta si presentasse in una casa in cui non era mai andata. Anche il maestro Nino, poi, scoprì che c'era stato due, al massimo tre volte in quella casa.
        "Vedete - spiegò la signora Valeria - le anime dei morti sentono le nostre voci che le chiamano, a volte ne riconoscono qualcuna, ma non riescono a capire da dove esse arrivino con tutto quel vociare e allora vanno nei luoghi che gli sono familiari, nella propria casa o in quella di qualche amico o parente."
        Per questo motivo la seduta era fallita e la medium lasciò intendere a Francesca, ma quasi ordinandoglielo, che per parlare con l'anima del maestro Nino si doveva evocarlo dalla casa dove lui aveva vissuto e dove era morto. Non ci sarebbe stato neanche bisogno di preparargli un'accoglienza, perché s'era vero che non se ne era allontanato neanche quando era solo e vecchio di sicuro ora si trovava là, tra le sue cose.
        L'idea della maga Valeria se era validissima dal punto di vista teorico, era però pessima da quello pratico. Nella casa di Pisguni c'era infatti Michele e mai lui avrebbe permesso di fare una seduta spiritica nella sua casa, se poi l'anima che si doveva evocare era quella del padre sicuramente la sua ira avrebbe raggiunti l'apice ed avrebbe mandato via tutti a pedate. Compresa lei, Francesca, che amava ed onorava da anni. Ad aggravare la situazione c'era anche il fatto che Michele non era in uno stato d'animo adatto per poter affrontare una situazione del genere. Lo sapeva molto bene Roberta che lo aveva dovuto affrontare su questa materia e che pertanto si aspettava una risposta negativa da parte di Francesca, tanto più che la maga aveva detto che molto meglio sarebbe stato se alla seduta ci fosse stato anche lui. Ma la risposta di Francesca fu positiva, dopo qualche attimo di incertezza rispose alla signora Valeria
        "Va bene, la faremo a casa di mio suocero! Ma senza mio marito, lui è uno scettico."
        Non le restava altra possibilità, o tornare a una quotidianità che oramai non poteva essere più accettata perché la vedeva come una orrenda condanna che le straziava le carni, oppure tentare quell'ultima estrema possibilità di rivincita nei confronti di una vita che troppo l'aveva fatta soffrire. Una vita che per tanta gente è forse un traguardo, per lei era la più infernale delle pene ed ora che ne aveva preso coscienza non poteva più tornare in dietro, la sua esistenza doveva cambiare e cambiare in meglio. A qualunque costo. Soprattutto se l'ostacolo da eliminare era rappresentato da quel marito che per la sua colpa era stato punito da Dio con l'infertilità, riversata poi su di lei. Francesca aveva perso ogni punto di riferimento umano che le potesse indicare il limite della sua follia e la sua anima arsa dall'avidità e dalla cupidigia era ormai solo un piccolo pezzo di carbone nero e senza calore. Rispose positivamente alla maga ma nella sua testa c'era un piano assurdo e inimmaginabile. Un piano che risolveva il problema che Roberta si pose sentendo quella risposta: "Come farà col signor Michele?". Ma per Francesca tutto era già messo a posto.
        In effetti tutto era stato messo a posto da Francesca, tanto che Michele il giorno della seduta non si era fatto vedere per tutta la sera ed alle domande incuriosite delle signore lei disse soltanto che suo marito stava riposando. Non era falso, ma dietro quella frase si nascondeva tutta la follia di un gesto incomprensibile ed ingiustificabile, nascosta da un messaggio sibillino e indecifrabile. Michele stava sì riposando, ma di un riposo eterno. Francesca aveva attuato il suo piano diabolico nel primo pomeriggio. Spesso portava a Michele una tisana di qualche erba quando egli, dopo pranzo, andava a riposarsi a letto ed a chiudere gli occhi per qualche minuto. Anche quel giorno aveva accudito suo marito allo stesso modo, ma nella tazza che gli aveva porto c'era un veleno che avrebbe ucciso Michele durante il sonno. Egli si addormentò come al solito e senza sapere quando, passò silenziosamente all'altro mondo. Francesca senza più anima sentiva soltanto il freddo dell'insoddisfazione, del perduto e qualsiasi cosa era per lei causa di fastidio. Non si era resa conto che la sua umanità si era distrutta e che niente, neppure il tesoro, neppure tutti i tesori del mondo, potevano darle la felicità. Quella felicità che follemente si era messa a cercare nelle cose, fuori da sé, dimenticando che il primo impulso viene da dentro, che la felicità non entra in noi ma gli oggetti, i sentimenti, le situazioni non fanno altro che stimolarla e farla crescere. Come un fuoco in un camino, che non prende la fiamma dal soffio che gli si manda, ma che da questo viene stimolato e brucia più intensamente di prima. Non le era stato difficile prendere il veleno e farlo sciogliere nella tisana di Michele. Il quale era finalmente arrivato al momento della resa dei conti, al momento di pagare per tutte le sofferenze che le aveva causato. Senza nessuno che lo piangesse perché lei lo odiava e lui non era stato capace di farsi una discendenza.
        Con una tranquillità che da tempo non le vedevano Francesca accolse i suoi ospiti nella casa del suocero, mentre il corpo di Michele cominciava a diventare freddo e rigido e la sua anima si librava nell'aria. L'anima di Michele non si accorse subito di ciò che era accaduto e rimase stupita quando si vide davanti la figura di suo padre, che veniva a dargli il benvenuto in paradiso. Il maestro Nino gli accarezzò la testa e gli spiegò che quella donnaccia di sua moglie gli aveva dato la morte, perché voleva seguire un piano stupidamente umano. Michele ascoltò turbato quello che il padre gli diceva, ma non era adirato, anzi era contento di essere morto e di trovarsi lì in paradiso, al cospetto di Dio ed in compagnia del vecchio genitore, al quale subito cominciò a rivolgere quelle domande che gli erano nate nella mente dopo la sua morte e la lettura del testamento. Chi era la zia Elisabetta e perché non ne aveva mai parlato?
        Il maestro Nino non rifiutò di soddisfare la giusta curiosità del figlio e cominciò a spiegargli cosa c'era dietro quella strana storia. Tutto era cominciato per lui all'età di diciott'anni.
        A quell'epoca era un ragazzo pieno di vita e poco incline allo studio, che passava le sue giornate tra i campi piuttosto che andare a scuola, come un po' tutti i ragazzi di Pisguni a quei tempi. Anche perché a scuola non potevano andare le ragazzine, che rimanevano con le madri a lavorare a casa o nei campi. Ninetto, così allora lo chiamavano a causa della sua bassa statura, per questo motivo andava spesso nei terreni di un certo signore che non conosceva e spiava di nascosto la sua figlia, Elisabetta, allora diciassettenne. Era una ragazza molto bella e Ninetto se ne era pazzamente innamorato tanto che un giorno trovandola per strada che andava sola a prendere l'acqua, tirando fuori tutto il suo coraggio, le si avvicinò e cominciò a parlarle. Elisabetta non sembrava affatto infastidita ed infatti in poco tempo il suo sogno divenne realtà e poté darle il primo bacio. Elisabetta e Ninetto cominciarono a vedersi regolarmente, ma sempre di nascosto, perché a quei tempi certe cose si potevano fare solo di nascosto. Non si sa come, però, dopo alcuni mesi che durava la loro storia, la voce che si incontravano di nascosto cominciò a spargersi in paese e tutti sapevano anche che lei era incinta. Ninetto di questo fatto era imbarazzato, ma molto di più lo fu quando il padre, Fulvio, lo chiamò un giorno a sé e cominciò a fargli delle domande su Elisabetta. Principalmente voleva sapere quello che era accaduto tra di loro e su questo punto insistette per quasi tutto il tempo, soprattutto perché il ragazzo continuava a rassicurarlo che tra lui ed Elisabetta nulla era successo, se non una volta che le aveva dato un bacio. Il povero Ninetto aveva pensato, in una situazione simile, che negare tutto sarebbe stato come confessare che ciò che la gente diceva era vero: che i due facevano l'amore ogni giovedì nel bosco vicino alla fonte Butticco.
        Il nonno di Michele fu molto sollevato dal fatto di sentirsi dire che tra suo figlio ed Elisabetta non era accaduto nulla e cominciò a spiegare al maestro Nino che lui non poteva stare con quella ragazza perché non era giusto. Ninetto prendendo coraggio rivendicò il suo diritto di stare con chi voleva e affermò che il padre non aveva diritto di interferire in queste vicende.
        "Parole sante! - gli ribatté Fulvio - il fatto è che Elisabetta Angius è tua sorella."
        A Fulvio altra via non restava, per evitare l'incesto, che confessare al figlio, ma solo al figlio, di avere avuto una relazione segreta con la signora Marietta, da cui era nata Elisabetta. Lei con non si sa con quale discorso era riuscita a convincere il marito che era figlia sua, ma loro sapevano benissimo che non era vero e fortunatamente in paese non se ne era accorto nessuno. Ninetto ne fu sconvolto. La ragazza che amava e che voleva sposare era sua sorella! Il trauma fu così grande che decise di cambiare vita e messosi a studiare per dimenticare, in pochi anni divenne maestro elementare e una persona stimata da tutti. Il maestro Nino appunto. In cui tutti vedevano da sempre un sorriso velato di malinconia.
        Smise di vedere Elisabetta ed anche soltanto di salutarla, cosicché la maggior parte della gente si convinse che la loro relazione era stata tutta un'invenzione delle malelingue. Solo dopo il matrimonio di Michele gli capitò che un amico la portasse a casa sua e negli ultimi anni della sua vita l'aveva vista diverse volte, scoprendo che anche a lei era stato fatto lo stesso discorso dalla madre.
        Michele era stupito sentendo questa storia, ma soddisfatto. Tutto ora si faceva chiaro, anche se un ultimo dubbio doveva ancora essere risolto: "perché aveva lasciato in eredità il tesoro alla zia Elisabetta?" chiese al padre.
        "Perché me lo ha chiesto! - rispose l'anima del maestro Nino - Un pomeriggio venne a casa mia e aprimmo un baule; quel baule chiuso da anni con un lucchetto e nascosto dalla polvere che c'è in soffitta. Dentro c'erano una serie di oggetti che lei mi aveva regalato quando eravamo giovani e che volevo farle vedere che avevo conservato. Con loro tante altre cose, tra cui un libro, il Tesoro di Brunetto Latini, che mi chiese di regalarle. Le risposi, come tu sai, che non regalavo i miei libri e che essendo ormai vicino alla morte, se lo voleva potevo lasciarglielo in eredità. Così dissi e così feci."
        Brunetto Latini - risuonò nella testa di Michele mentre giù, sulla terra, la maga Valeria tentava per l'ennesima, inutile, volta di far apparire l'anima del morto.

Fine